Tempo di Granpampel

Torna l’appuntamento con la tradizione, con il fuoco e con il rinnovo delle stagioni e dello spirito… alcolico,ma non solo. Gli ingredienti fondamentali come quelli della pozione dei druidi, sono antichi, Norreni probabilmente, e come tutte le cose divertenti le hanno portate i barbari (vichinghi per l’esattezza) fin quando in Puglia si sono evoluti dandosi un contegno con la dominazione dei Normanni. Gli speleologi sono così di natura, come il popolo Normanno che ha plasmato queste terre. Studiano, si ingegnano, dominano a modo loro molte arti e scienze affinchè convergano in quella disciplina,ormai ultimo vessillo dell’esplorazione, che è diventata la speleologia. Un po’ barbari restano comunque, ma come i Normanni, si strutturano al meglio, si spostano e abbracciano tante culture fino a farle loro. Ecco, sono come vichinghi eruditi ma sempre pronti alle celebrazioni e alle ricorrenze in nome del buon cibo e del buon bere.
Anche quest’anno si saluta l’inverno nella notte del 12 Dicembre, vigilia di Santa Lucia, in cui il fuoco consuma e benedice tutto alla stesso tempo, permettendo alle stagioni di tornare simbolicamente a scorrere…permettendo a tutto di ricominciare.
Come ogni sera del 12 Dicembre ci troverete lì, ad ardere, a friggere, a bere…a celebrare come veri Vichinghi.
Così anche voi saprete adesso cosa fare.

Bevete!

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Castel…”pacato”

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Tutto comincia dalle persone. Ogni cosa, grande o piccola, ha di base questo come punto di partenza. La voglia di condivisione e di confronto, il piacere di farlo con le persone con cui si ha una buona affinità , è per me da sempre la sella per cavalcare quella pseudo follia scalciante dell’andare per grotte.
Di certo nemmeno il più psicofilosofo degli speleologi vi saprà dare una definizione accettabile alla domanda “perchè” ci si sottrae alla luce del giorno per quella artificiale dei led che illuminano le pareti di un ambiente ostile, ma di certo non lo si potrà mai fare senza una buona dose di rapporto umano.
Certo, non sempre va così, ma è proprio il potere rivelatore del “qui e ora” che trascorro sottoterra a farmene sentire la mancanza. E’ un anno tondo tondo che non porto le chiappe nel mondo ipogeo e l’occasione di poter condurre le nuove leve con il gruppo NDRONICO nella Castel Pagano, mi sembra un buon momento per uscire dalla trincea sociopatica che mi sono arredato.
Dato che le buone abitudini sono dure a morire, scopro solo la sera prima, durante la speleonotte di Castellana, che la grotta per il corso non è più quella che credevo, ma si è optato per una operazione “carne fresca” congiunta con gli amici di lecce alla Castel Pagano anzichè Altamura.
Mi basta sapere di poter passare del tempo con Alessia, Vitale, Paolo Mauro, Mariarosaria, e il “pacato” Sellery che non vedo da una vita. Gli unici echi che mi giungono sono ormai solo per via social tramite foto di esplorazioni e notizie di cronaca extraeuropea. A rivederli tutti insieme già si respira un senso di raduno ed è lo stesso Mauro a confessarmi che l’indomani, le dinamiche di gestione di trenta e passa persone in grotta, saranno allietate dal buon vino.
Niente sarà mai tanto lontano dal vero.
La giornata si rivela subito un operazione da gestire sotto la leadership di Paolo Solombrino (che non avevo mai incontrato) e che spazza,anche giustamente, ogni parvenza di cazzeggio ,seppur velato, dai nostri intenti. Da fan dell’ordine e dell’organizzazione quale sono, trovo molto interessante l’occasione che ci si para davanti: gestire gente ancora inesperta nella prosecuzione di tutta la grotta attraverso posizioni fisse e responsabilità ben precise. Deformazione professionale da soccorso alpino speleologico, mi dico.
Solombrino è molto chiaro e me lo confessa spesso: non intende porsi gerarchicamente sopra nessuno ma solo creare una macchina organizzativa efficiente, mossa dalla sinergia di due gruppi. Accetto volentieri il compito di gestire gli arrivi dal primo pozzo e la prosecuzione sul primo traverso che decido di non integrare con nessun secondo armo,per poi spostarmi sul secondo pozzo oltre il meandro in salita ,dove c’è Tonia.
Ben presto la cosa si rivela funzionare e anche bene. Smistiamo i corsisti mischiandoli come due mazzi di carte e ognuno procede con il suo ordine sia nel senso di salita e sia in quello di discesa. La grotta è già stata armata la sera prima da Enrico e gli altri della squadra d’armo in modo eccellente.
La media dei tempi e buona anche se non saprò mai bene cosa hanno fatto gli altri più in basso alla sala del the. Non vedo nè Selleri nè Maria nè Carlo dal momento dell’ingresso. Sin dall’inizo la cosa aveva assunto il carattere di un’operazione molto grossa e avevo visto, scendendo dopo Paolo Mauro e prima di Brizzio, una certa espressione di ansia nelle facce dei corsisti. Poco male, li avrei tranquillizzati volta per volta e mai, prima del traverso, cioè all’inizio,avrei pensato di dover ricordare tante volte e a molti di respirare…ma forse io ai miei tempi ero anche peggio.
La mia giornata dopo un anno “fuori” passa così: sul secondo pozzo e nel meandro a gestire sia le comunicazioni e il passaggio degli allievi tra Piero e Tonia la cui efficienza viene notata anche dal direttore delle operazioni.
E’ buio quando finiamo e la grata viene nuovamente richiusa.
La natura, il buio e l’aria fresca dopo la fatica è uno di quei piaceri che mi mancava di più. Ma non è la grotta, il fango, il cielo stellato, la sfida, la roccia immobile o il senso di pericolo scampato a fare la differenza…a farti andare in grotta ogni giorno, ogni weekend o una volta all’anno.
Sono le persone. E’ di questo che è fatta la speleologia.
Ecco cosa un corsista non troverà mai in una dispensa tecnica…ma di certo troverà in grotta. In fondo lì sotto non troverai proprio un bel niente se non quello che tu stesso ci porterai.

speleo team: Piero Lippolis, Tonia, Carletto, Maria, Claudio

Breve reportage di scavo del 13/04/2018

> Team: Enrico, Mariagiovanna, Tonia, Marilena, Franco, Francesco, Claudia
> Location: l’unica piazzola di sosta affollata in Puglia,  e poi giù al canale che porta alla grotta
> Orario: molto più tardi del solito
> Posizioni: Tiraggio: Tonia, Mariagiovanna, Marilena; Direzione Sacchi: Francesco; Accompagnamento sacco in risalita: Claudia; Bordo buco: Franco; Scavo in profondità: Enrico
> Sacchi tirati: 19 o 20 
> Stato Generale: confusionale, con episodi di amnesie e strane fantasie
> Effetti speciali: misteriosa corrente di aria fresca
> Frasi celebri:
“Sembra una vagina!”
“C’è ARIAA!!”
“Flebile, ma c’è!”
> Intrattenimento: torta cioccobanana e liquore al castagno
> Post Grotta: semi-dispersivo con episodi di convincimento a restare, al gusto di panzerotto!
> Non abbiamo ancora sfondato, ma Franco giù porta fortuna! Stay tuned!
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Ci sono cose che non puoi immaginare…

Si torna alle macchine e ti ritrovi lì, guardi a sinistra il tramonto, un sole caldo e accecante che nasconde un gruppo di pale eoliche lontane. A destra, una casetta e quattro alberi, segno del desolato entroterra tarantino dove ci piace perderci la domenica, da qualche mese a questa parte.  Ed eccoci sulla via del ritorno, camminiamo in fila indiana lungo la scia – l’unica – aperta nel campo verde seminato, di quel verde che si perde a vista d’occhio, in ogni direzione, e che ti fa gioire, pensare, svuotare, Katrin perché hai una sciabola in mano?, che ti fa venir voglia di perders…nono che poi Tonia si incazza!

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Oggi la squadra è numerosa e prevalentemente in rosa, 14 cristiani con la voglia di svegliarsi presto pure di domenica mattina, e di provare l’emozione del vuoto sotto ai piedi (qualcuno direbbe sotto a qualcos’altro), con la voglia di rivederci, di fare attività, di ritornare a sentirsi speleo.

L’appuntamento è alle 8.00 in sede, i pochi puntuali si consolano con un caffè di rito al bar, in attesa che arrivino tutti. Decidiamo come organizzarci con le auto, e come per magia 3-2-1 la macchina del mitico Franco è già piena di giovani speleologhe pronte all’avventura: Nadia che è qui nonostante i postumi del raffreddore, Enza e la sua energia, Rosita finalmente ritornata con noi ed io,Claudia!

All’appello ci sono anche Tonia, Giorgia, Katrin, Marilena e Giulia con due macchine separate e tanta voglia di…Franco perchè non vieni col pullmino?!

Partiamo, andiamo, dai oggi tutti in gravina, sì ma…”la gravina dov’era esattamente?” Attimo di sospensione, la domanda di Franco ci fa capire che forse il caffè non era ancora nella vena giusta, ma subito dopo ritroviamo la retta via e si vola, direzione la gravina di Castellaneta, tra chiacchiere e scommesse sul numero di svolte a destra e sinistra dell’incognita strada per la parete. Una stretta di mano e beh, almeno un bicchiere di vino per oggi è guadagnato!

Arrivati al campo base incontriamo Enrico, Maria Giovanna, Mirko e Piero, che sono arrivati sul posto la sera prima, chi comodamente in macchina e chi scomodamente sul sellino della bici, hanno dormito sotto il cielo stellato della gravina tra profumi di macchia mediterranea e profumi di arrosto, a vedere dalla griglia e dalla cenere per terra. Piero e Mirko ci accolgono tra sorrisi e abbracci. Ci vestiamo, ricapitoliamo come si montano gli attrezzi sull’imbrago, mentre vediamo spuntare oltre la roccia Enrico e MaryJane che stanno dando anima, cuore e gastime per armare le pareti.

I primi iniziano a scendere sulle pareti pronte, Tonia e Katrin, più esperte, stanno continuando ad armare; Giorgia, Enza ed io ci imbattiamo in una scuola d’armo con Mirko…e BO-BO-BO-BO…con tono minaccioso: “Enricoo! ti sei portato tutte le piastrine!!” Buongiorno!, ecco la prima cazziata, che per naturale propensione è ad Enrico, naturale come l’acqua che scorre verso il basso. Momenti di alta tensione, nessuna risposta udibile pervenuta, chi preso dall’ansia si conta le proprie piastrine giustificandosi, mentre un eco pervade lo spazio naturale e incontaminato della gravina, rompendo il sonno (e il cazzo) ai rapaci autoctoni: “CINQUAAANTAAAA!! CINQUAANTA PIASTRINE!” Ma magicamente la rotazione del sacchetto d’armo rivela il ben di Dio di piastrine, anelli, cordini…e tra un insulto e un “sshhh!” per oggi possiamo continuare!

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La gravina ci accoglie con pareti assolate e una brezza leggera, il fiumiciattolo al fondo, i rapaci dalle ali colorate, una visuale nitida fino al mare, e quel cazzo di ospedale che rovina la poesia! La parete è armata in ogni punto con 2 o 3 corde ciascuna. Siamo tutti in parete, Rosita e Franco con Marilena, Katrin con Tonia, Enza ed io ad inseguire l’armo di Giorgia e Mirko, e poi Nadia, Giulia, Enrico senza un ordine preciso, ma macinando una parete dopo l’altra, tutti a riprendere confidenza con le corde, con i frazionamenti, con 20 metri di vuoto sotto il sedere. Mirko presente con una sgridata e un incoraggiamento, anche decine di metri più in là: “Ce la fai, credo in te”. Ed in poco tempo passiamo dal riscaldamento a nuovi esercizi, dalle semplici discesa e risalita al cambio attrezzi, in salita e in discesa.

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Il caldo inizia a farsi sentire, la pressione a scendere, i colli ad arrossarsi e le braccia a fare i segni tamarri delle maniche corte. Anche le gambe chiedono pietà dall’imbrago, e ci ritroviamo sotto l’ennesima trovata da sopravvivenza speleo, un riparo all’ombra di un telo, un’architettura semplice ma ben ancorata.  Ed ecco che dalla sosta parte un picnic, e dai rifiuti una gara di lancio all’organico. Ci siamo quasi tutti, a confrontarci tra tecnica ed emozioni, ma quando risale anche il boss finisce l’aperitivo e parte il pranzo: eccolo là che tira fuori la teglia di pasta al forno! E a seguire il caffè, i dolcetti e per qualcuno anche una pennica! Ora il problema è riattivarsi!

Senza perderci d’animo e perdere tempo ritorniamo in parete, nuove formazioni, nuove vie, e il venticello che si è alzato adesso ci riporta alla concentrazione per agire al meglio. Ma in questa discesa troviamo una sorpresa! Mirko e Tonia hanno armato il traverso, il che vuol dire che abbiamo nuove tecniche da sperimentare e da imparare.

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Su altre corde invece la discesa col discensore si interrompe per cimentarsi con il superamento del nodo, una procedura che mette in gioco tutti gli attrezzi che hai, in una sequenza ragionata di passaggi per restare su corda sempre con i punti di ancoraggio ma evitare inconvenienti, tipo quando ti scordi la maniglia un metro sopra di te e poi gastimi tutti i santi per recuperarla, tipo: [#%?%&§*+/6#dvzy#%?%xd&°ç^”£@7#§*].

Guardare la parete è una gioia: ci siamo tutti (tranne Piero che è andato via in mattinata), 13 giovani cavallette su corda, chi sta sul bordo in alto, chi ha terminato la discesa in basso, chi a metà è alle prese con un frazionamento, chi col nodo, chi passeggia sul traverso in fila, chi fa la prova del morto, chi riposa all’ombra dei cespugli. Poche chiacchiere, solo i rumori dei moschettoni che si aprono e si chiudono, e la pace della natura intorno a noi. Siamo stati bravi tutti, la fatica e i sorrisi lo dimostrano.

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Ma inizia a calare il sole, si procede al disarmo, si recupera e ripone il materiale, si ammatassano le corde, ci si carica un tubolare in spalla, piccole fondamentali operazioni da imparare per essere speleo.

WhatsApp Image 2018-04-08 at 22.42.09 (1).jpegE superati i cespugli di lentisco eccoci sulla via del ritorno, camminiamo in fila indiana lungo la scia – l’unica – aperta nel campo verde seminato, di quel verde che si perde a vista d’occhio, in ogni direzione, e che ti fa gioire, pensare, svuotare.

Alle macchine il picnic di preziose bontà locali e il vino di Franco ci attendono, come anche quelli che da casa chiamano per capire “a che ora vi ritirate” e via, si ritorna a casa, saltiamo la tappa Sala Azzurra per velocizzare, ma recuperiamo a Putignano, in una giornata che non vuoi far finire, in amici che non vuoi lasciare, e nei dolori di domani che ancora non puoi immaginare.

Claudia

 

SpeleoTeam: Piero-Mirko-Enrico-Marilena-Tonia-Katrin-Giorgia-Franco-Claudia-Giulia-Nadia-Rosita-Enza-MaryJane

 

 

Stagione di attività primavera-estate 2018

Buoni i propositi per la stagione primavera-estate 2018!!!

Dopo il 29°corso di introduzione alla speleologia, la speleo-epifania, lo speleo-carnevale, visto il piacevole afflusso di gente, la bella compagnia e l’interesse per le attività speleologiche, favorevole il tepore primaverile, siamo pronti per addentrarci nel vivo nella nuova stagione di attività speleo.

Oltre al programma di insistenza e perseveranza dell’attività di scavo alla Papaperta, con frequenza di almeno un giorno alla settimana, riapre il calendario fisso di uscite ed esplorazioni nel week-end, e a breve sarà anche avviata l’attività di rilievo delle grotte putignanesi.

Prima data di attività, per allenamento su corda, è stata fissata per Domenica 8 Aprile, in palestra di roccia.

Buona attività a tutti!!

 

Calabria’s Chronicles

Notizie un po’ frammentate su una certa grotta in Calabria, su sifoni praticabili solo per poco tempo e spazi ancora inesplorati è sempre abbastanza per accettare l’invito a una esplorazione, lanciare un po’ di attrezzatura fondamentale in auto e partire. Stranamente stavolta tutti gli altri speleologi pugliesi sono impegnati in esplorazioni estere o nazionali in un settembre a quanto pare molto generoso, così apprendo che sarò da solo stavolta a partire. Sono già pronto spiritualmente a un viaggio un po’ solitario in una di quelle che io chiamo “le cronache Calabresi”, tra incognite ipogee,ospitalità e ‘nduja, quando una telefonata di Enrico mi dice che con me verrà anche uno speleo di Lecce: “sentiti con Vitale perchè viene anche lui” mi dice.
Andrea Vitale. Nella mia testa compromessa già di suo per motivi del tutto congeniti, parte allora una sequenza di scene montate con una musica suonata con il benjo, di Andrea Vitale che si fa male in grotta e non solo in puro stile Homer Simpson e capisco che forse è il caso di rivedere il mio equipaggiamento in favore di qualche accorgimento di sicurezza in più. Scherzi a parte e sprezzanti della sfiga, ci diamo appuntamento vicino a Pino di Lenne e dopo esserci salutati dopo mesi che non ci vedevamo con un”che bell’aspetto di merda, sei peggiorato-grazie anche tu”, partiamo alla volta dell’Orsomarso.

I viaggi con Andrea hanno sempre quel sapore un po’ goliardico e becero e passiamo ore liete ad aggiornarci su gioie, dolori e sopratutto cetrioli che la vita ci ha riservato. Sembra un brutto film con Adam Sandler.
Daniele Ferraro ci accoglie in puro stile Calabro e poco prima di cena saliamo in quota dal lato contrario di quello che percorreremo l’indomani nell’avvicinamento per visionare la zona dei pianori interessata all’assorbimento dell’acqua che dovrebbe aver generato la grotta. Stavolta pare non avremo nemmeno una rondella metrica per le misurazioni, ma se la grotta sarà clemente, ci torneremo. Le esplorazioni sono infatti ferme da più di 30 anni, come ci racconta Antonio Brizzi davanti a un bicchiere nel suo bar, il Wild Jack. Ha giustamente gli occhi che gli brillano mentre parla della grotta Palazzo  dove un sifone molto impegnativo e l’avvicinamento  per nulla semplice attraverso quella che sembra una giungla del Laos, ha rallentato o quasi azzerato le esplorazioni. In un periodo di siccità come quello scorso però, il livello del sifone si è abbassato enormemente, tanto da permettere al team delle forre del Tirreno e al sub Piero Greco di avventurarsi oltre il sifone e constatare con i propri occhi che la grotta ha ancora più di un segreto da rivelare.
La mia mente comincia a viaggiare riguardo a mille cose. Mi preparo psicologicamente a un traversamento di circa tre metri nel limo implacabile nella speranza che le torce che ho portato resistano all’acqua e possano illuminare lo spazio delle stanze più grandi che ci hanno raccontato. Passiamo la classica “serata prima della grotta” a casa di Giuseppe Presta con gli altri giovani speleo a fare le classiche cose che non si fanno prima di una grotta, tipo a bere vino, a farci “uno” come diciamo noi a Bari, e a giocare al gioco telefonico inventato da Daniele “indovina lo speleogay” di cui non voglio anticiparvi nulla. Guardo con un pizzico di invidia questi giovani ancora privi di spirito di conservazione,pronti a rompersi le corna per l’avventura e l’incognito, scanzonati ma consci del fatto che non ci sarà nessuna gloria ma solo biasimo… “non potevate drogarvi come tutti gli altri?” Pare dire loro il resto del mondo. Li invidio perchè io a vent’anni avevo creduto alla bufala dello stare con i piedi per terra, lontano dai guai…lontano dalle cose pericolose…e non ci ho guadagnato nulla.
Sopporto il bagno di folla alla sagra del peperoncino nella vicina Diamante pregustando i silenzi e le tenebre che vivrò l’indomani. Vedo gente, stringo mani, dimentico presto nomi mentre tutto intorno è frenesia, vita, rumore, mi piace desiderare il contrario di tutto questo prima di un’esplorazione.
Il giorno dopo di buon’ora stiamo già risalendo un ripido sentiero che non ha nulla da invidiare a una strada tibetana a bordo della mitica Panda di Daniele mentre più avanti Piero spinge in vetta il suo PickUp carico di attrezzatura e tipi loschi come Paolo Cunsolo,Alessio Bloise, Domenico Garritano ,Antonello Pastore,Consuele Marano,Paolo Mauro (per citarne alcuni) che sembrano spassarsela come su di una giostra. Non arriviamo in cima ma solo a un livello intermedio da cui parte una verticale e un dislivello pauroso da fare nel bosco a piedi che ci conduce alla vasta spaccatura dell’ingresso della Risorgenza Palazzo.
Si capisce subito che la grotta sarà mediamente più fredda delle solite e immergersi completamente per poi restare esposti alle correnti che pervadono alcuni di questi ambienti, specie dopo il sifone, non aiuta. Indossiamo la muta e percorriamo il tratto conosciuto che si articola in una spaccatura all’inizio, in bassi piccoli saloni e laminatoii in seguito. Fino al fatidico sifone è tutto un qualcosa di già incontrato in passato che non mi colpisce più di tanto, ma dopo, tutto cambia. Fortunatamente troviamo il livello dell’acqua ancora più basso del previsto, ma osservando la struttura del sifone, si capisce bene la sua difficoltà. Resta praticamente proibitivo da passare in apnea quando è in piena. Ai miei occhi è come se la grotta terminasse solo apparentemente in un laminatoio inclinato il cui letto è composto da sabbia molto fine, che scende di circa 10 metri e poi, improvvisamente compie una curva a collo d’anatra in cui consiste il sifone vero e proprio. L’acqua è stata clemente nella sua quantità, ma non nel suo essere ghiacciata. Il resto della grotta è stupefacente: grandi verticali di parete liscia si alternano a strati di scallops e grandi medusoidi pervasi ancora da stillicidio. In alcuni punti, molto in alto, mi pare di scorgere zone di fango fresco modellato da grandi turbolenze d’acqua. Rimango un bel po’ di tempo a fare congetture sulla geologia e sulla morfologia con Vitale ogni volta che i nostri occhi incontrano particolari linee di frattura o specchi di faglia ma quando lui mi rincuora che una grotta così alta ci permetterebbe di non affogare (almeno non subitissimo) durante una piena, ho il mio bel da fare per grattarmi le palle con tutti gli strati di PVC e neoprene che ho addosso.

Giungiamo a un laghetto dove di solito si riversa una cascata e scalandone in libera il risalto roccioso progrediamo per una zona sopraelevata che termina in un secondo sifone di cui si sa poco o nulla. Cerco di fare qualche foto o video alla solitaria immersione compiuta da Piero Greco nell’acqua color caffelatte, ma l’obbiettivo continua ad appannarsi. Siamo in tanti rintanati in questo spazietto con il fiato sospeso con gli occhi fissi sulle bolle che esplodono in superficie e  purtroppo non riceviamo buone notizie al suo ritorno. All’inizio lo vedo prepararsi ed entrare con calma in un acqua ancora chiara, ma che si sporca immediatamente. Forse lo spazio in cui passare dall’altra parte è davvero molto stretto, forse addirittura colmo di sabbia e limo. Sto pensando già di fare marcia indietro, quando Lui, Vitale, L’uomo che sussurra ai metal detector, sente sulla destra un forte rumore di aria. Con Paolo, Domenico e Antonello scaviamo per un’ora o due, un cunicolo in un fango freddo e denso che mi entra nelle ossa, ma riusciamo solo a turno a mettere la testa dall’altra parte in un buco melmoso ma con il soffitto roccioso in cui ulula un ventaccio, ma per ora resterà solo uno dei tanti interrogativi sulla grotta Palazzo. Durante la via del ritorno scopro in Alessio un buon compagno di “torture fotografiche” da infliggere a chi ci capita a tiro, specie adesso che comincia davvero a fare freddo, e questo mi fa piacere.
Siamo fuori e la luce del sole torna ad illuminare forme  e colori consueti: il tronco degli alberi, il cielo le foglie…e le chiappe di Vitale che ma  porca miseria mettitelo un paio di mutande sotto la muta, no??!!
Scherziamo di gusto, contenti dopo troppo tempo, per un’esplorazione davvero soddisfacente ed emozionante speranzosi che le piogge e il maltempo non richiudano tanto presto questa finestra di opportunità per l’esplorazione di una cavità rimasta inviolata per tanto , troppo tempo.

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AZZOPP’U PEDE

Sono esattamente le 4:40 del 1 luglio. Mentre ero intento a risolvere menate e a correre dietro questo o quell’altro ingaggio lavorativo, l’estate era bella che arrivata e il suo primissimo appuntamento speleologico è il campo a Sant’Angelo in località S. Lucido (CS). Questo articolo non è manco cominciato e già abbiamo tirato giù due santi. Benissimo.
Certo, svegliarsi all’alba dopo una settimana di fuoco, non è proprio il massimo, ma preferisco essere all’appuntamento con Enrico e Piero in sede e partire alle 6 come abbiamo detto. Il tempo di caricare l’auto…di fare colazione, di fare carburante…di incontrare un’ amica in un altro bar, di offrirle la colazione…di bere un secondo caffè…inzomm alle 8 siamo più o meno all’imbocco della s.s. Ionica, le muert, sai che c’è?
Io mi addormo n’ata volt.
Mi addormento subito ma sogno di essere su un Tagadà infernale da cui non riesco a scendere: sono gli effetti della guida da rally del Lippolis, ma almeno quando mi sveglio siamo già quasi arrivati…giusto il tempo di una pausa tattica per cambiare la ruota che abbiamo appena bucato! Si esatto fra poco scenderà il terzo santo a farci compagnia nel nostro viaggio! Due chiacchiere con il gommista, una sigaretta, quattro chiacchiere con i miei amici fingendo di comprendere il gaelico che parlano (ormai sono fuori allenamento) per evitare il solito paraculamento e via…Verso le grotte di s.Lucido!
Ci pensano i tornanti dell’ultimo tratto di bosco a spegnere il mio entusiasmo, ma finalmente posso scendere dalla Suzuki Tagadà.
Il campo mi appare austero, ma ben organizzato. Sembra un insediamento di hippy a dirla tutta, ma quando arriviamo non c’è nessuno al di fuori di Mirko seduto come una matrona intorno ai resti di un grande fuoco. Tutti sono già in esplorazione in grotta e a noi probabilmente toccherà qualche squadra del pomeriggio. Per pranzo addento un paio di pomodori giganti, mentre gli altri uno ad uno, si ritirano verso il campo ancora con i caschi in testa. Conosciamo gente nuova e ritroviamo vecchi amici, tra cui il buon Vitale, che sebbene abbia l’aria di uno che nell’ultimo anno abbia schivato un paio di proiettili, tiene alto anche il mio di umore con le sue becerate da osteria. E’ proprio con lui che decido di impiegare il mio tempo qui nell’unica attività che svolgerò: tenteremo di disostruire una specie di buco scoperto nei giorni scorsi.
Con mooolta calma e con a benevolenza di qualche santo dei tanti, ci distribuiamo ruoli, materiali e ci scegliamo le grotte. Ci rivedremo tutti qui per cena.
Scende una specie di nebbia mistica che si insinua sinistra tra gli alberi rendendo il luogo ancora più bello e rendendo il nostro avvicinamento un’esperienza alquanto intimista…minchiate di Vitale a parte. Siamo armati di percussore-trapano e “bambini” che non sono i fratelli Mangini, sebbene di uguale potenza distruttiva, e tanta voglia di stare insieme dopo un inverno intero.

Con me ci sono Andrea Vitale, Giampaolo Pinto, Davide Ferraro e altri e in men che non si dica siamo arrivati al punto in cui fissare le corde. A turno, con Andrea, ci infiliamo nel pertugio pervaso da una tutt’altro che rassicurante aria immobile, ma ogni tentativo di spaccare la roccia risulta vano: né troppo morbida e né  troppo dura, mi dà davvero filo da torcere.
verso le 20 decidiamo che ne abbiamo abbastanza e pur volendo il trapano è bello che scarico.
Qualche lucciola comincia ad accendersi e la nebbia si è un po’ diradata quando arrivo alle porte del campo. E’ dalle piccole cose che capisci quando un campo sarà ben organizzato e confortevole: un gruppo elettrogeno dà energia ad una cassa che emette buona musica, un grande fuoco è già acceso. Qualcuno cucinerà grosse salsicce direttamente sulla rete metallica di una vecchia brandina, un buon piatto di pasta, sarà servito del vino e i leccesi pogheranno come animali al ritmo della taranta. Tutto nella norma insomma, ma queste dimensioni di cordialità, amicizia, avventura e amore per la natura sanno farmi sentire a casa…molto più di un bicchiere di Vecchia Romagna etichetta nera.

bmd
con il buon Vitale

 

 

Impara l’arte e vomitala da parte

Bifurto 16 Giugno 2017.

Il mio primo incontro con questo gigante avvenne nel 2012. Ero fresco di corso, di innamoramenti che calpestavano i calcagni gli uni agli altri, di fantasia. Insomma ero giovane e quel verbo “ero” sebbene brutto ,conservava il brivido della speranza del divenire. Il Bifurto a quell’epoca mi masticò e mi risputò fuori deluso e con due tendini infiammati. Ne vidi ben poco, ma ne ammirai da subito i pozzi immensi tanto che la notte seguente in tenda, ne immaginai i pozzi immensi e i suoi salti in abissi sempre più profondi sotto il monte Sellero promettendomi che presto avrei raggiunto il suo fondo. E’ passato del tempo e troppe cose sono cambiate adesso ma qualcosa resta: quella voglia di rinunciare a tutto per quel “nulla” ,quel vuoto che sanno dare solo le grotte e abbraccio l’idea di tornare con i vecchi compari di “sempre” in Calabria per tentare una veloce discesa e risalita del Bifurto cinque anni dopo.

Approdiamo allo spiazzo delle auto che è ormai buio e io non ricordo in vita mia da quanto non vedevo tutte quelle lucciole. Un pasto veloce, la rinuncia di un banale sonno ristoratore, un’attenta vestizione con sottotuta pesanti, e via.

Siamo Io ,Enrico, Mirko e Francesco Ferraro.

Ancor prima di scendere, sperimento una sensazione nuova. Il corpo freme per entrare, per trovare il refrigerio della grotta all’affanno delle manovre di vestizione, ma allo stesso tempo è pesante. Lento. Mi convinco che in grotta andrà meglio…ma qualcosa mi dice che non è così. Una delle prime cose che si impara in questo mondo sottosopra, è fare attenzione alle sensazioni. Ignorare il campanello d’allarme, convincersi che ormai si può scendere anche con “una mano legata dietro” (per usare una metafora) è una stronzata.

Sono già le due di notte e  comunque sono arrivato più in basso della mia prima volta, quando mi bruciai i tendini, e questo mi rincuora. Il Pozzo Brancaleone è praticamente fatto…ma mentre cerco di prendere fiato per proseguire per gli altri due terzi della grotta, tutto cambia ed è subito blackout,come lo chiamo io. Il mio malessere parte dallo stomaco e mi manda ondate di un dolore umidiccio e vibrante fino alla base del cranio. E’ il momento di mettere da parte, sogni, scopi, voglie, sfide e risalire,perchè è vero che potrebbe andar meglio…ma è vero anche che potrebbe andar peggio. Saluto gli altri che mi superano e passano avanti in una grotta che è praticamente una forra di acqua gelida al di là delle nostre aspettative, e inizio a salire. Sono più che sicuro di farcela e non faccio a tempo a pensare che forse ho ingigantito la cosa, che forse non è nulla e che quasi quasi posso fare dietro front e raggiungere gli altri,che una pioggia di vomito a 80 metri su corda si libera nel buio della grotta tra il volo dei pipistrelli. Ha il gusto aspro di spaghettini precotti che scoprirò in seguito essere scaduti.

Sto una merda, la testa mi batte e a ogni pedalata mi si restringe il campo visivo come nella pubblicità della fiesta. Qui dentro piove letteralmente e per fare 150, 200 metri ci metto un tempo infinito. I muscoli sono induriti e sordi agli ordini della testa. Praticamente il carburante che mi fa muovere, visto che ho vomitato tutto, sono un paio di tramezzini mangiati alle 12 di oggi e delle patatine. Ho lo stomaco vuoto, ma è come se tutti gli input esterni me lo facessero rivoltare.
La cosa più orribile resta il mix tra odore di plastica dei guanti nuovi e la merda di pipistrello. Vorrei solo addormentarmi (o svenire) nel mio imbrago. Non ho più dubbi: è lui..il celeberrimo “inchiodamento” di cui avevo tanto sentito parlare. Dopo un tempo infinito , tanta acqua e una pericolosissima vipera (?) rimasta imprigionata alla base del primo pozzo, sono finalmente fuori. Fanculo le stelle. Fanculo la poesia, Fanculo le lucciole e fanculo anche sto moschettone deviatore all’ingresso. Lancio la tenta 3 secondi della Decathlon e finalmente muoio.

Le successive 24 ore saranno come un dopo sbornia. Un mal di testa che trafigge ogni mio pensiero come una lastra di piombo, mi accompagnerà per tutto il giorno seguente. Persino la grande percentuale di donne tra le file di archeologhe incontrate in uno scavo un po’ più in quota, mi lascerà sguarnito di interesse e battute sagaci. “Non ti riconosco, si vede che non stai bene” Mi confida un Mangini che però pretende da me una partita a briscola al Pino Loricato.

Morale della storia? Non fate gli eroi in grotta, riconoscete i vostri limiti e controllate la scadenza di quei maledetti Saikebon,

Anche le uova sode dimenticate negli zaini fanno parte di questa morale, ma questa è un’altra storia.

 

sdr

..s be  e ew,w,. p p.più. ,   , r l

Lungo il pozzo è ben evidente un sistema di fratture associato ad una zona di faglia, principalmente orientata NW-SE (N130°, 68°SW, come da immagine allegata). Tale dato è coerente con l’andamento o

 delle strutture di taglio principali della Puglia che guidano lo sviluppo delle maggiori cavità carsiche.Infatti,  l’orientazione della presunta grotta risulterebbe analoga a quella della vicina “Rotolo”.

Da una prima osservazione,  sembra che il buco di circa 50 cm di diametro  si sia aperto proprio in corrispondenza della frattura suddetta.steroplot papaperta.jpg